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Carlotta Cerri

Tutte le traduzioni in ‘Arte&Spettacolo’


Posted on March 10, 2009 - by Carlotta Cerri

W.: citazioni

Traduzione di Carlotta Cerri

Questa è la mia versione italiana di alcune frasi tratte dal film di Oliver Stone W. Leggete la versione originale e la critica sul mio sito www.carlottacerri.me.

George Herbert Walker Bush: Chi ti credi di essere… un Kennedy? Tu sei un Bush. Comportati come tale.

Giornalista asiatica: Signor Presidente, lei che posto pensa di avere nella storia?
George W. Bush: Nella storia? Nella storia saremo tutti morti!

Karl Rove: Gli americani vogliono vendetta. L’Afghanistan gli è piaciuto e ne vogliono ancora!

George W. Bush: Nessuno ricorda il figlio di un presidente.
Laura Bush: John Quincy Adams!
George W. Bush: Sì, ma quello era tre secoli fa, no?

Reporter 1: Signor Bush, Signor Bush, non ha parlato molto dell’educazione. Quali sono i suoi piani di riforma?
George W. Bush: Be’, mmm, ho intenzione di deregolamentare i distretti scolastici così insegnanti e amministratori potranno, ecco, sviluppare programmi adatti ai loro bambini.
Reporter 2: Proporrà un modo per misurare i progressi degli studenti?
George W. Bush: Oh, be’, dobbiamo fare un enorme sforzo contro il profilo razziale, no? Cioè, mmm, i bambini analfabeti. Bisogna essere in grado di insegnare ad un bambino a leggere così potrà passare i testi di cultura generale.

Karl Rove: Se non riesci a stare di fronte a quella gente per due minuti e trovare una sola risposta plausibile, per che cavolo ti sei candidato come governatore?
George W. Bush: Dimmi che cosa fare, qualsiasi cosa. Guarda, se devo leggere tutta la dannata Costituzione lo faccio!


Posted on February 23, 2009 - by Carlotta Cerri

Gia: citazioni

Traduzione di Carlotta Cerri

Questa è la mia versione italiana di alcune frasi tratte dal film di Michael Cristofer “Gia”. Leggete la versione originale e la critica sul mio sito www.carlottacerri.me.

Linda: A volte penso che lei era una persona diversa a seconda di chi si trovava davanti. A volte sapevo chi era. A volte no. Se qualcuno prova a descriverla nei minimi dettagli è perché non la conosce affatto.

Bruce Cooper: Il sesso era davvero semplice. Il sesso era ovunque. Non significava molto. L’amore, quello era difficile da trovare. Anche se lo stavi cercando, cosa che non molti facevano. Anche se lo avevi trovato, e non molti l avevano trovato. Anche se era proprio lì, davanti ai tuoi occhi. Come avresti potuto vederlo con tutto quel sesso che offuscava la vista?

Gia: Hey, te ne vai?
Linda: Gia.
Gia: Che cos’è successo? Che problema c’è?
Linda: Tu… tu sei nuda.
Gia: Non cambiare argomento.
Linda: Sono fidanzata.
Gia: E allora?
Linda: Allora devo andare.
Gia: Devo andare. Devo andare. Tutti devono andare. Dove cazzo vanno tutti quando devono andare?
Linda: Tu hai… Io… Tu ed io abbiamo… Voglio dire, è stato… Io ho… Io sono – sono una persona piuttosto conformista.
Gia: Anche io.
Linda: Già, lo vedo. (Gia è nuda sul pianerottolo, davanti all’ascensore)

Francesco: Lo so, lo so. La vita è deludente. Eccoti. Sei arrivata. Sei qui. È il tuo momento. Che cosa ti rimane? Dolore. Hai tutto. Che cosa ti rimane? Niente. O è tutto giusto o è tutto sbagliato. È deludente, è frustrante. Questa è la vita. Che cosa possiamo farci?
Gia: Le persone continuano ad allontanarsi da me, fa male.
Francesco: Il lavoro. Hai un dono, usalo. La vita la vivrai dopo. Quando avrai lavorato e vissuto e saprai chi sei, allora la vita sarà semplice. Lavora. È l’unica risposta che ho.
Gia: Avrei dovuto diventare una rock star. Ma non so cantare.
Francesco: Ora lavora. Ci pensi poi a vivere.
Gia: Mmm, mmm. Diresti qualsiasi cosa per ottenere quello scatto.
Francesco: Beh, sì. Ma in questo caso dico la verità.

Gia: Potrei imparare fotografia. Quello potrebbe essere qualcosa che voglio. Potrei fotografare i bambini. Potrei avere dei bambini miei. Potrei dar loro delle rose gialle. E se facessero troppo casino, li metterei in un posto silenzioso. Li metterei nel forno. Li bacerei ogni giorno e direi loro che non devono essere qualcuno, perché saprei che essere qualcuno non ti rende comunque migliore.

Gia:  Sono una modella. Nessuno si aspetta che io parli, devo solo essere bella.

Ragazza al centro riabilitazione: … Sono una ragazzina dell’Ohio che legge giornali di moda, guarda le tue foto e pensa che deve essere come te e diventa un cazzo di pazza perché non lo è. Perché nessuno mi aveva detto che non era reale. Perché sul giornale non c’era un’etichetta con scritto “Attenzione: questo non è reale. Nessuno è così nella realtà”. Nemmeno tu.

Gia: Sai cosa penso? Che c’è una ragione per tutto. Che c’è un piano per ognuno di noi. E penso che Dio ha un grande piano per me. Ma non in questa vita.


Posted on February 20, 2009 - by Carlotta Cerri

Changeling: citazioni

Traduzione di Carlotta Cerri

Questa è la mia versione italiana di alcune frasi tratte dal film di Clint Eastwood “Changeling”. Leggete la versione originale e la critica sul mio sito www.carlottacerri.me.

Christine Collins: Tuo padre non ti ha mai visto. Come è possibile che non gli piaci?
Walter Collins: Allora perché se n’è andato?
Christine Collins: Be’, perché quando sei nato ha ricevuto qualcosa per posta. Era un pacco un più più grande di te, Sai cosa c’era dentro? Qualcosa chiamato responsabilità. E per alcune persone, la responsabilità è la cosa più terrificante al mondo.

Capt. J.J. Jones: Sa qual è il suo problema, Sig.ra Collins? Lei sta cercando di evitare le sue responsabilità di madre. Le piace essere una donna libera, non è vero?

Christine Collins: Dicevo sempre a Walter: “Non iniziare mai una lotta, ma portala sempre a termine”. Io non ho inziato questa lotta, ma, se Dio vuole, la porterò a termine.

Christine Collins: Tre bambini hanno provato a scappare quella notte e, se uno ce l’ha fatta, magari anche uno degli altri due o entrambi sono scappati. Magari è là fuori da qualche parte e ha paura di dire la verità, paura che qualcosa accada a lui o a me. Ma una cosa è certa: quel ragazzino mi ha dato qualcosa che non avevo prima.
Detective Lester Ybarra: Che cosa?
Christine Collins: Speranza.


Posted on February 2, 2009 - by Carlotta Cerri

En el muelle de San Blas • Manà

Sul molo di San Blas

Traduzione di Carlotta Cerri

Leggi il testo originale. Ascolta la canzone.

Lei salutò il suo amor
Lui salpò su una barca dal molo di San Blas
Lui promise di tornare e tra le lacrime
Lei promise di aspettare
Mille lune erano passate
e lei stava sempre sul molo
aspettando
Molte sere si annidanor
si annidaron nei capelli e sulle labbra

Teneva lo stesso vestito
così se tornava, lui non si sbagliava
I granchi le mordevano
i vestiti, la tristezza e l’illusione
e il tempo passava
e i suoi occhi si riempivano di albe
e del mare si innamorò
e il suo corpo si radicò sul molo

Sola, sola nel ricordo,
Sola, sola col suo spirito,
Sola, sola col suo amore il mar
Sola, sul molo di San Blas

I capelli si imbiancarono
ma nessuna barca il suo amore le riportò
e in paese la chiamavano
la chiamavano la pazza di San Blas
e una sera di sprile
provarono a portarla al manicomio
nessuno poté prenderla
e dal mare mai la separarono

Sola, sola si fermò.


Posted on January 29, 2009 - by Carlotta Cerri

Dopo tanta post-modernità, bisogna tornare all’essenza

Articolo di Iker Seisdedos. Leggi la versione originale: Después de tanta postmodernidad, se impone volver a la esencia.

Traduzione di Carlotta Cerri.

Rafa Doctor. Nato a Calzada di Calatrava (Città Reale) 43 anni fa, ha appena abbandonato la direzione del Museo di Arte Contemporanea di León (Musac) dopo 5 anni di eccellente gestione.

Come va? Sono giorni di transizione e questo mi piace, soprattutto quando i cambiamenti sono voluti: lo so, è un privilegio. Ci insegnano a non abbandonare le cose, ma a metterle insieme.

Come si disintossicherà dal Musac? Scriverò le mie novelle, che è ciò che più adoro al mondo. Farò nuovi progetti, viaggerò… Ho dei soldi da parte… Non me ne vado da un posto per finire in un altro.

È cosciente del suo ritiro durante una fase di calo? Sì, lo sono e per questo do valore al 100% alla mia situazione. Quando si fa uno sforzo enorme o si smette o lo sforzo finisce per divorarti.

Cosa ne fu del Museo della Fotografia che dirigeva a Segovia? È un’idea nata un paio di anni fa. Era importante per la commissione di Castilla e León, così quando ho detto che avrei lasciato, erano molto dispiaciuti, però il progetto continua.

Quindi siete rimasti in buoni rapporti? Assolutamente sì. Anzi, continuo a collaborare con il museo.

Pensa che in questi 5 anni León sia stata una sorpresa per l’arte contemporanea? Decisamente sì. Siamo arrivati a 150.000 visitatori in una città di 135.000 abitanti. Senza Sorolla, Picasso né Mirò.

Si realizza il sogno del decentramento dell’arte? La periferia è un’idea mentale e ci sono mostre d’arte contemporanea fuori Madrid che hanno attirato molti più visitatori di quelle offerte dalla città.

La speranza si chiama Borja-Villel? Ho grande rispetto per il suo progetto, però è l’opposto di come vedo io l’arte. Il mio lavoro è incentrato sull’arte dal 1998. Il suo è di maneggiare tutta la storia dell’arte. Mi dissocio dalle persone che che parlano di ciò che è arte e di ciò che non lo è.

Pensa che questa sia un’epoca interessante per l’arte? Ogni momento è interessante a suo modo. Io credo che dopo tanta post-modernità, sembra che si imponga un ritorno all’essenza.

E lei se lo vuole perdere? Ne esco per non perdermelo. Sono gemelli con ascendente gemelli e posso nuotare in 4 acque alla volta e di ognuna godermi il massimo.


Posted on January 26, 2009 - by Carlotta Cerri

Whitney Museum: On view now

Traduzione di Carlotta Cerri.

Leggi la presentazione delle mostre in lingua originale.

La nuova città: la realtà urbana e suburbana in uno scatto moderno
In mostra dal 30 settembre 2005 al 15 gennaio 2006

Riunendo recenti lavori realizzati per mezzo di tecniche diverse quali la fotografia di strada, la manipolazione digitale e il fotogiornalismo, questa selezione fotografica mostra il volto, sempre mutevole, dell’America attraverso immagini di parcheggi, vetrine di negozi e alberghi. Queste fotografie non intendono offrire un’immagine diretta degli edifici e dei luoghi, ma vogliono evocare il passato, il presente e il futuro di un tessuto urbano in continua evoluzione. Tra gli artisti: Waled Beshty, Gregory Crewdson, Tim Davis, Corin Hewitt, Zoe Leonard, Karin Apollonia Muller, Catherine Opie, Michael Vahrenwald e Amir Zaki.

Course of Empire: dipinti di Ed Ruscha
In mostra dal 17 novembre 2005 al 29 gennaio 2006
Galleria Emily Fisher Landau – quarto piano

La mostra “Course of Empire: dipinti di Ed Ruscha”, organizzata per la Biennale di Venezia del 2005, sarà ospitata in esclusiva dal Whitney Museum di New York. Ed Ruscha, una delle figure più autorevoli ed interessanti nel panorama artistico contemporaneo, ha ridefinito la nostra immagine del paesaggio americano. In questa selezione di opere, ispirate al ciclo pittorico “The course of Empire” dell’artista americano Thomas Cole, Ruscha propone una rivisitazione a colori della serie di cinque dipinti in bianco e nero del 1992, “Blue Collar”. Dalle parole della brochure della Biennale di Venezia: Ruscha, come Cole “fa del progresso la sua tematica principale…ma mentre Cole rappresenta la devastazione di una cultura ipercivilizzata su un territorio americano libero, le immagini di Ruscha raccontano discretamente di come ‘le cose cambiano’”. Un catalogo della Biennale di Venezia accompagna l’esposizione.

La mostra è allestita con la collaborazione dei Musei d’Arte della Harvard University.

Ed Ruscha, The Old Trade School Building, 2005.
Polimero sintetico su tela, 137 x 305 cm. Collezione Neda Young. Cortese concessione della galleria Gagosian, New York.

L’esposizione è allestita con il supporto di Norman e Melissa Selby e Jack Rudin in onore di Beth Rudin DeWoody.

Un ulteriore supporto ai Musei d’Arte della Harvard University è concesso dalla Fondazione David S. Howe.

Reverence: i film di Owen Land (già noto come George Landow)
In mostra dal 2 al 27 novembre 2005
Galleria Kaufman Astoria Studios Film & Video

Reverence è la prima retrospettiva internazionale dell’opera di Owen Land. Sotto il precedente pseudonimo di George Landow, Owen Land fu uno dei più importanti produttori cinematografici sperimentali a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Il suo lavoro è stato più volte trattato in autorevoli riviste d’arte e in studi fondamentali di cinema come il Visionary Film di P. Adams Sitney. Insieme a Michael Snow, Hollis Frampton e Paul Sharits, divenne uno dei più originali film-maker della sua generazione e pioniere della cinematografia autoreferenziale. I film di Land interrogano la natura illusoria del cinema attraverso giochi di parole e ambiguità visiva e spesso parodizzano la stessa cinematografia sperimentale. Nella realizzazione dei suoi film, Land si serve di pellicole reperite casualmente, di testo, di ripetizioni e di sequenze fisse ispirate all’Arte Concettuale che si stavano evolvendo in quel cruciale momento dell’arte americana. Reverence è una rassegna di 14 film, tra cui le prime esperienze formative che furono in seguito rivedute o tagliate. Conservati e poi restituiti dal Osterreichisches Filmmuseum di Vienna, questi film sono presentati in una nuova versione. Il tour della retrospettiva ha già effettuato le seguenti tappe: Tate Modern di Londra; Pompidou Centre Di Parigi; Austrian Film Museum Di Vienna; Rotterdam film Festival.

Owen Land, fotogramma tratto da Remedial Reading Comprehension, 1970.
Pellicola 16 mm a colori e sonoro. Durata: 5 min. © Owen Land and Osterreichisches Filmmuseum, Vienna.

Reverence: i film di Owen Land (già noto come George Landow) è un progetto LUX in collaborazione con l’Osterreichisches Filmmuseum, Vienna. Sponsorizzato dall’Art Council England.

Da Hopper agli Anni ’50: il meglio della Collezione Permanente
A tempo indeterminato
Gallerie Leonard & Evelyn Lauder – quinto piano

Il ricco patrimonio della Collezione Permanente del Whitney Museum esplora un intero secolo di arte americana. (Un intero secolo di arte americana può essere vista attraverso il ricco patrimonio della collezione permanente del Withney Museum.) La prima metà dell’esposizione mostra l’evoluzione dell’arte americana dalle esuberanti espressioni dei realisti del primo secolo XX al tardo astrattismo moderno. Il meglio dell’esposizione include le opere di Edward Hopper, il capolavoro sul mondo della box di George Bellow “Dempsey and Firpo” (1924), la suggestiva e sensuale opera astratta di Georgia O’Keeffe “Music – Pink and Blue II” (1919), l’elogio alla meccanizzazione di Joseph Stella “Il ponte di Brooklyn: variazione su un vecchio tema” (1939).

Edward Hopper, Railroad Sunset, 1929
Olio su tela, 74 x 121 cm. Withney Museum d’Arte Americana, New York. Fotografia di Bill Jacobson

Costruzione e distruzione della Griglia
In mostra dall’1 settembre 2005 all’8 Gennaio 2006
Galleria Ames Family – quinto piano

La griglia o scacchiera è una delle strutture compositive più gettonate nel dopoguerra ed assume una rilevanza notevole nella generazione degli artisti che si sarebbero affermati negli anni Sessanta con il Minimalismo l’Arte Concettuale. La mostra traccia alcune delle strade percorse dagli artisti nel creare la grande varietà di interpretazioni della griglia. Alcuni come Agnes Martin ne hanno analizzato, come al microscopio, la struttura; altri come Jasper Johns e Robert Morris ne hanno messo in discussione la severità o l’hanno usata come sfondo per le proprie idee. Altri artisti, come Vija Celmins, hanno lavorato sull’idea di espansione ed infinito influenzati dalla regolarità e dalla ripetitività inerente alla griglia.

Mel Bochner, Isomorph -
Inchiostro su carta millimetrata, 33 x 48 cm. Withney Museum d’Arte Americana, New York. Dono di Norman Dubrow. Fotografia di Sheldan C.Collins.


Posted on January 23, 2009 - by Carlotta Cerri

Franz Kline

Articolo a cura di Karolyn Christov-Bakargiev. Leggi l’articolo in lingua originale: Franz Kline.

Traduzione di Carlotta Cerri

In mostra dal 20 ottobre 2004 al 30 gennaio 2005

Franz Kline (1910–1962) è stato uno tra i più importanti pittori del ventesimo secolo, protagonista del movimento, che, nel periodo postbellico, divenne noto come Espressionismo Astratto o Action Painting, una delle ultime grandi correnti artistiche del modernismo che si sviluppò a New York negli anni Quaranta e Cinquanta.

Analogamente alle loro controparti europee, che aderivano a movimenti come CoBrA, Art Brut e Informale, Kline e gli altri appartenenti al gruppo degli Espressionisti Astratti, quali Jackson Pollock, Willem de Kooning e Mark Rothko, facevano dell’attualità dell’esperienza il centro della loro opera, rappresentando ciò che accade nella psiche soggettiva e considerando l’esperienza stessa come un atto estetico.

Intorno al 1950, mentre emergeva una nuova società di consumi postbellica, Kline semplificava radicalmente la pittura, sperimentava forme di comunicazione più profonde di quelle che si sviluppavano nella cultura popolare, e creava un suo stile pittorico in bianco e nero. Le sue opere sono una sperimentazione dei rapporti tra le percezioni fenomeniche dei nostri corpi nello spazio e le nostre risposte emozionali a tali percezioni. Come molti altri artisti moderni e scrittori d’avanguardia, anche Kline dichiarava esplicitamente il proprio “No” al Positivismo, al Razionalismo, alla vita borghese e al conformismo. Come Kline stesso dichiara: “Invece di tracciare un segno comprensibile, tracci un segno incomprensibile”. La sua arte offre, e contemporaneamente nega, senso e significato.

Kline ha creato opere bidimensionali di grande impatto emotivo, la cui organizzazione spaziale architettonica e dinamica ha offerto ottimi modelli alle successive generazioni di artisti. Dagli anni Sessanta in poi, i pittori delle più varie correnti artistiche, dal post-minimalismo all’Arte Povera, hanno esplorato esperienze estetiche simili mediante strutture tridimensionali nello spazio reale.

Questa esposizione raccoglie circa cento opere di Kline, tra cui una selezione dei più importanti dipinti di grandi dimensioni e una serie di studi preparatori ai dipinti stessi.

A quasi quarant’anni di distanza dalla retrospettiva in memoria di Kline organizzata dal Museum of Modern Art di New York e presentata a Torino nel 1963, questa è la prima esposizione europea che offre una visione completa sia delle sue prime opere cupe e realiste, sia dei suoi lavori astratti più importanti, in bianco e nero e a colori. La mostra vuole ribadire ed evidenziare l’importanza e l’attualità dell’opera di Kline passando dal piccolo olio Locomotiva del 1942 al grande, travolgente bianco e nero Dipinto (Orizzontale II) del 1952; dall’opera astratta di transizione ’47Serie n. 4 del 1947 al complesso e altamente drammatico Siegfried, 1958, nel quale i toni di grigio ampliano lo spazio dei segni bianchi e neri; dal policromo Re Oliver del 1958 ai lavori austeri dell’ultimo periodo, tra cui Iris nero e Croce d’ardesia del 1961, fino all’ultimo suo quadro, Dipinto rosso, del 1961.

Sebbene si sia associato negli anni Cinquanta alla scuola pittorica di New York, la New York School, Kline non è originario di New York. Nato in una zona mineraria della Pennsylvania occidentale, dopo la morte del padre Kline trascorre parte dell’infanzia in un collegio. Nell’adolescenza, si distingue nell’attività sportiva e nel disegno, dimostrando particolare interesse per la caricatura. Alla fine degli anni Trenta si trasferisce in Inghilterra per studiare arte e acquisisce una conoscenza solida e diretta dei maestri europei, da Rembrandt a Manet. Tornato negli Stati Uniti, nel 1938 si stabilisce con la prima moglie, Elizabeth Vincent Parsons, a New York, dove sopravvive grazie a lavoretti occasionali, realizzando murales e ritratti su commissione e disegnando schizzi nei bar in cambio di birra. Alcune delle sue prime opere mostrano un’attenta considerazione del disegno rinascimentale italiano e alcuni dipinti esplorano la luce degli ambienti interni, con uno stile che si ispira a quello di Vermeer. Come appare evidente da questi primi lavori, l’approccio di Kline non deriva dall’astrazione formalista dell’avanguardia artistica di inizio secolo, ma, al contrario, dal Realismo – dall’impulso di celebrare la vita in tutte le sue manifestazioni e di rappresentare la condizione umana in uno dei periodi più cupi della storia occidentale. Negli anni Quaranta Kline comincia a frequentare con regolarità il Cedar Bar, locale in cui si riuniscono gli artisti del posto, e stringe una forte amicizia con de Kooning. Questa mostra raccoglie una rara serie di schizzi che vanno dal figurativo all’astratto e presenta alcune tra le opere più toccanti di Kline, raffiguranti una donna solitaria e malinconica seduta su una sedia a dondolo o da sola ad un tavolo, con la testa china: Elizabeth.

La sua arte suggerisce un interesse sia per la struttura sia per il movimento, per l’organizzazione spaziale e, contemporaneamente, per la disorganizzazione dinamica, che diventeranno gli elementi caratteristici dei futuri lavori astratti. Si tratta di una metafora esistenzialista della condizione della vita moderna: la futilità del suo dinamismo, in costante movimento ma allo stesso fermo e incapace di progredire. Questi piccoli dipinti mostrano un interesse e soprattutto una consapevolezza nella rappresentazione del dolore, specialmente quello psicologico.

Intorno al 1947, senza aver particolarmente sperimentato l’astrazione europea del primo secolo ventesimo, né il Surrealismo, né gli sviluppi post-Cubisti o le riprese dell’astrazione negli anni Venti e Trenta, Kline passa dai dipinti realisti alla realizzazione di composizioni “globali” astratte, dalla complessa trama curvilinea e dalla forte connotazione gestuale, ispirate al clima generale dell’Espressionismo Astratto. Dopo alcuni anni caratterizzati da queste opere di transizione, tra il 1949 e il 1950 Kline sviluppa il proprio stile personale fatto di grandi iconici rettangoli e quadrati in bianco e nero, attraversati da larghe pennellate di colore a olio.

Benché Kline presenti al pubblico la sua innovativa arte dopo de Kooning o Pollock, a partire dalla sua prima personale tenuta presso la Charles Egan Gallery di New York nel 1950, la sua fama si sviluppa rapidamente e si impone stabilmente nel panorama artistico. Kline è tra i fondatori del Artists Club nel 1949 nonché organizzatore del famoso Ninth Street Show (1951).

Dal 1955, anno in cui le sue opere vengono incluse in un’esposizione di gruppo al Whitney Museum, viene riconosciuto come uno dei più importanti esponenti dell’Espressionismo Astratto.

Verso la metà degli anni Cinquanta Kline reintroduce il colore nella sua tavolozza di bianchi e neri, inizialmente a piccoli tocchi nascosti sotto il nero, poi con tratti e pennellate sempre più evidenti. La galleria Sidney Janis ospita la maggior parte delle sue esposizioni e organizza per l’artista quattro personali dal 1956 al 1961, oltre all’esposizione alla memoria del 1963. Kline espone anche in Europa, particolarmente in Italia: la sua prima personale europea è tenuta alla Galleria La Tartaruga di Roma all’inizio del 1958. In primavera Kline espone anche alla Galleria del Naviglio di Milano. Partecipa alla Biennale di Venezia del 1956 e di nuovo nel 1960, quando gli viene assegnato un premio e torna in Italia.

Nel decennio precedente la sua prematura scomparsa, avvenuta nel 1962, subito prima del suo cinquantaduesimo compleanno, le opere di Kline furono incluse in importanti esposizioni di gruppo quali The New Decade: 35 American Painters and Sculptors al Whitney Museum of American Art di New York (1955), 12 Americans al Museum of Modern Art di New York (1956), e nell’esposizione itinerante The New American Painting (1958), organizzata dall’International Program del Museum of Modern Art, presentata a Basilea, Milano, Madrid, Berlino, Amsterdam, Bruxelles, Parigi e Londra.
Kline espone inoltre in ogni edizione della mostra Carnegie International a Pittsburgh dal 1952 al 1961. Egli viene associato all’arte gestuale dell’Action Painting e le sue opere sembrano esprimere momenti di intensa ed immediata emozione. Tuttavia, la natura costruita dei suoi dipinti, nei quali il bianco è dipinto sopra il nero e viceversa, in cui le composizioni ampliano accuratamente i minuscoli schizzi a inchiostro dipinti sulle pagine dell’elenco telefonico – nega questa classificazione troppo semplice. Più di altri Actions Painters, Kline ha esplorato la fenomenologia dell’emozione come qualcosa di intimo. I suoi grandi dipinti colpiscono la nostra percezione della vicinanza e dell’urgenza di vivere; suscitano la sensazione di un’esperienza “ravvicinata” e dell’inevitabile “qui e ora”, attraverso quel senso di organizzazione disorganizzata, di equilibrio instabile e di dinamicità della struttura che percorre tutta la sua opera.

Carolyn Christov-Bakargiev

La mostra è stata realizzata grazie a REGIONE PIEMONTE, COMPAGNIA DI SAN PAOLO, FONDAZIONE CRT.



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