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Carlotta Cerri

Tutte le traduzioni in ‘Giornalismo, Pubblicità & Marketing’


Posted on March 31, 2009 - by Carlotta Cerri

If At First You Don’t Succeed. Hillary Clinton unveils a promising health plan.

Se non è buona la prima. Hillary Clinton svela un piano sanitario promettente.

Traduzione di Carlotta Cerri

Articolo tratto da The Economist. Leggi l’articolo in lingua originale: If At First You Don’t Succeed.

Dopo mesi di preparativi, Hillary Clinton ha finalmente reso pubblico il suo piano sanitario votato a rendere la copertura medica accessibile a tutti i cittadini degli Stati Uniti. Il nuovo piano, in sostanza, non prevede l’intervento del governo, come invece richiedeva il precedente tentativo di riforma del 1993, denominato “Hillarycare” dai suoi detrattori.

Questa settimana, Barack Obama and John Edwards hanno prontamente liquidato il piano, forse perché qualitativamente superiore. I progetti dei tre candidati democratici hanno il simile scopo di aiutare i circa 47 milioni di americani senza copertura assicurativa. Tuttavia, differiscono su alcuni importanti aspetti.

Il mandato universale è la componente fondamentale del piano della Clinton. Tutti, se non già coperti, saranno tenuti ad acquistare un’assicurazione sanitaria, come già accade nel nuovo programma del Massachusetts (e nel piano di Edwards). Aspetto fondamentale, questo, perché senza tale obbligatorietà, la maggior parte della popolazione giovane e in buona salute sceglierebbe di non assicurarsi, alzando così i costi per coloro che si trovano, invece, in una situazione a rischio. Obama aggira questo punto, concentrandosi solo sulla copertura infantile.

Obama giustifica la sua scelta dicendo che queste misure possono risultare impopolari tra gli elettori della classe media, per i quali l’assicurazione può essere troppo costosa. Per ovviare questo problema, il piano di riforma del Massachusetts prevede sussidi ad hoc e una riorganizzazione del mercato assicurativo con lo scopo di renderlo più economico creando pacchetti di copertura sanitaria di base.

Clinton affronta il problema dell’accessibilità in diversi modi. Anche il suo piano prevede sussidi per aiutare la classe meno abbiente a godere di copertura sanitaria. Le persone potranno assicurarsi direttamente tramite compagnie private, attraverso un sistema utilizzato attualmente per i dipendenti pubblici, oppure attraverso un nuovo programma studiato e gestito da Medicare (chi non appartiene alla fascia meno abbiente dovrà pagare per entrare nel nuovo programma, che andrebbe così a competere con le assicurazioni private). La novità più sorprendente è che Clinton prevede di imporre un tetto massimo di spesa che ogni famiglia dovrà sostenere per acquistare l’assicurazione sanitaria: al di sotto di una certa – e non ancora specificata – fascia di reddito, la famiglia potrà ricevere i sussidi.

L’altra parte della riforma riguarda i datori di lavoro. Come anche i suoi rivali democratici, la Clinton intende obbligare tutte le imprese a garantire un’assicurazione sanitaria ai propri dipendenti. Molte grandi aziende attuano già questa procedura, in quanto il governo federale concede delle detrazioni fiscali per le assicurazioni sanitarie fornite dai datori di lavoro (ma, ingiustamente, non per le assicurazioni acquistate dai liberi professionisti). Ma nonostante questo provvedimento, molte piccole aziende spesso non possono permettersi di offrire copertura sanitaria ai propri dipendenti mentre le grandi sono costrette a tagliare le spese.

Obama esclude le piccole aziende dalla sua riforma. Edwards insiste su un provvedimento “pay or play”: se le aziende non offrono copertura sanitaria devono pagare una tassa proporzionale al numero di dipendenti. La Clinton usa insieme il bastone e la carota: prevede per le grandi aziende una tassa proporzionale al numero di dipendenti, ma offre un sussidio alle piccole imprese per incoraggiarle a garantire un’assicurazione sanitaria. La somme di tutte le parti, sostiene Jason Furman dell’Hamilton Project, centro di ricerca e innovazione politica in Washington DC, dà vita ad un piano sanitario “sostanzialmente buono e politicamente intelligente”.

Ma quanto verrà a costare tutto questo? La stima del team della Clinton è di 100 miliardi di dollari l’anno, che la senatrice prevede di coprire abolendo i recenti tagli alle tasse per opera dell’amministrazione Bush a favore della classe più abbiente.

Negli ultimi sei mesi, inoltre, ha avanzato una serie di proposte che incoraggiano al risparmio nel settore sanitario e che compenserebbero questi nuovi costi: una maggiore efficienza, un più intenso utilizzo delle risorse tecnologiche, cartelle cliniche elettroniche, migliore qualità della sanità e così via. Esperti imparziali concordano sul fatto che in quel settore è possibile un notevole risparmio, ma non tacciono sulle difficoltà di attuare una riforma.

Ma cosa succederà se questi ambiziosi risparmi non dovessero arrivare velocemente o se i sussidi venissero a costare molto di più? Regina Herzlinger della Harvard Business School plaude la spinta della Clinton verso una copertura sanitaria universale, ma avverte che il costo complessivo potrebbe più verosimilmente ammontare a 150-200 miliardi di dollari l’anno. Se così fosse, il piano richiederebbe una grande espansione di Medicare o nuove ingenti tasse – potrebbe spuntare da dietro l’angolo Hillarycare, come dicono alcuni critici?

Non necessariamente, sostiene Furman e fa notare che la Clinton è la sola che osa proporre di rivedere la riforma sul taglio delle tasse ai datori di lavoro che offrono un’assicurazione sanitaria. Jonathan Gruber della MIT (Istituto Universitario di Tecnologia del Massachusetts, ndt) calcola che questa differenziazione fiscale costa ai contribuenti 225 miliardi di dollari l’anno – denaro che potrebbe essere re-impiegato per applicare su scala nazionale l’esperimento del Massachussets.

Per ora, Clinton propone di ridurre le agevolazioni fiscali soltanto ai cittadini statunitensi più benestanti, coloro il cui reddito familiare annuo supera i 250.000 dollari. Questo permetterebbe di risparmiare soltanto pochi miliardi di dollari l’anno, ma proverebbe che questa disuguaglianza fiscale, tanto insostenibile quanto popolare, non è più intoccabile. La proposta potrebbe essere soltanto l’inizio di un capovolgimento completo di questo privilegio, liberando una buona parte dei fondi che potrebbero finanziare il processo verso l’assistenza sanitaria universale.


Posted on January 21, 2009 - by Carlotta Cerri

Nespresso, lettera commerciale

Traduzione di Carlotta Cerri.

Lettera commerciale inviata da Nespresso ai suoi clienti. Leggi la lettera in spagnolo.

Stimato Socio del Club,

L’edizione autunno-inverno 2008 di Nespresso Magazine la porta dietro le quinte per mostrarle il versatile mondo del caffé, che le regaliamo in quanto nostro apprezzato membro del Club Nespresso.

In questa undicesima edizione, la invitiamo ad un’esclusiva visita del Centro di Produzione di Nespresso in Orbe, Suiza, accompagnato dai migliori esperti di caffé e a vivere l’avventura Nespresso dal grano fin dentro la tazza. Si lasci trascinare in un viaggio emozionante attraverso il Nicaragua, culla della miscela Special Club di questa stagione, Jinogalpa, e gusti per primo i nuovi sapori del caffé in edizione limitata che inaugureremo a inizio dicembre: ginger cristallizzato, mandarino e caramello.

Le racconteremo anche delle verità affascinanti sul caffé e sugli antiossidanti. Scopra quello che la ricerca scientifica ha rivelato sui benefici che questo amato elisir ha sul nostro rendimento fisico e mentale e sul nostro benessere generale.

Inoltre, approfittiamo di questa opportunità per presentarle sei membri del Club e congratularci per i suoi dieci anni con Nespresso. A loro e a Lei, va il nostro apprezzamento per la Vostra dedizione e passione.

L’imperdibile esperienza nel mondo della caffetteria è a sua disposizione nelle pagine del Nespresso Magazine. Ci auguriamo che se la goda… con una buona tazza di caffé.

Sinceramente,

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Posted on January 19, 2009 - by Carlotta Cerri

The Next President

Il prossimo Presidente

Traduzione di Carlotta Cerri

Articolo tratto da The New York Times.  Leggi l’articolo in lingua originale: The Next President.

Questo è uno di quei momenti nella storia in cui vale la pena fermarsi e riflettere sugli avvenimenti principali: un americano di nome Barack Hussein Obama, figlio di una donna bianca e un uomo nero che conosceva appena, cresciuto dai nonni ben lontano dalla corrente di potere e ricchezza americana, è stato eletto 44° Presidente degli Stati Uniti.

Con una straordinaria lucidità e una certa sicurezza, Obama ha spazzato via una presunzione politica dopo l’altra sconfiggendo prima Hillary Clinton, che voleva essere presidente così fortemente da perdere l’orientamento, e poi John McCain, che ha rinunciato ai suoi principi per una campagna fatta di rabbia e paura.

Il suo trionfo è stato determinante e radicale perché Obama ha individuato il problema di questo Paese: il completo fallimento del governo nel proteggere i suoi cittadini. Obama ha offerto un governo che non tenterà di risolvere ogni problema, ma si occuperà di quelle cose che vanno oltre il potere dei singoli cittadini: regolare l’economia in modo equo, mantenere l’aria pulita e il cibo sano, assicurare che i malati abbiano accesso all’assistenza sanitaria ed educare i bambini a competere in un mondo globalizzato.

Obama ha parlato onestamente del fallimento delle politiche economiche repubblicane che promettevano di risollevare tutti gli americani e ne hanno invece lasciati indietro molti milioni. Si è impegnato a porre fine ad una guerra sanguinaria ed inutile. Ha promesso di riscattare le libertà civili degli americani e la loro reputazione stracciata agli occhi del mondo.

Con un messaggio di speranza e competenza, ha riportato alle urne legioni di elettori che a lungo non avevano fatto sentire la loro voce. Le scene di martedì notte di giovani uomini e donne, bianchi e neri, in lacrime ed esultanti, in Chicago, New York e nella leggendaria chiesa battista di Ebenezer ad Atlanta, sono state potenti e profondamente commoventi.

Obama eredita una situazione gravissima. La nazione è coinvolta in due guerre – una di necessità in Afghanistan e una di follia in Iraq. La sfida di Obama sarà quella di gestire un sistematico ritiro dall’Iraq senza accendere nuovi conflitti, in modo che il Pentagono possa concentrare le sue risorse sul fronte reale della guerra al terrorismo: l’Afghanistan.

La guerra è stato il primo obiettivo della campagna elettorale. Al giorno delle elezioni gli americani erano profondamente angosciati riguardo al loro futuro e al fallimento del governo nel prevenire un crollo economico alimentato da avidità e orge di deregolamentazione. Obama dovrà agire rapidamente e imporre controllo, coerenza, trasparenza e giustizia sul confuso piano di salvataggio dell’amministrazione Bush.

L’amministrazione Obama dovrà anche individuare tutti i modi in cui i diritti e valori fondamentali americani sono stati violati e capovolgere quelle cattive politiche. Il cambiamento climatico è una minaccia mondiale e, dopo anni di diniego ed inattività, questo Paese deve prendere le redini della questione. La nazione deve sviluppare tecnologie energetiche nuove e più pulite per ridurre i gas serra e l’indipendenza dal petrolio straniero.

Obama deve riunire persone sensibili per ideare una riforma immigrazione coerente con i valori di una nazione costruita da profughi ed immigrati.

Ci sono molti altri problemi urgenti da affrontare. Decine di milioni di americani non hanno un’assicurazione sanitaria, compresi alcuni dei cittadini più vulnerabili del Paese – i figli dei lavoratori poveri. Altri americani riescono a mala pena a pagare l’assicurazione o rischiano di perderla insieme al lavoro. Queste persone devono essere tutelate.

Ora Obama avrà bisogno del supporto di tutti gli americani. Martedì notte McCain ha tenuto un elegante discorso di ammissione in cui ha chiamato i suoi sostenitori non solo ad onorare il voto, ma anche a sostenere Obama. Dopo una pessima e scoraggiante campagna elettorale, McCain sembra sulla via giusta per tornare il senatore che a lungo abbiamo rispettato per i servizi offerti al nostro Paese e la sua volontà di scendere a compromessi.

Questo è un inizio. Le molte sfide che la nazione si prepara ad affrontare sono fuori dalla portata di un solo uomo o di un solo partito politico.


Posted on January 16, 2009 - by Carlotta Cerri

Wonderful Finland

Meravigliosa Finlandia

Traduzione di Carlotta Cerri

Le luci del nord scintillano sopra di voi. La neve è profonda e soffice tutt’intorno. L’incantevole aria pulita vi riempie i polmoni e vi pizzica il naso mentre osservate il cielo di notte. In Lapponia vi aspetta una vera emozione.

La pacifica, incontaminata natura della regione è il perfetto sfondo per una vacanza invernale attiva, in cui disfruttare di tutti gli standard internazionali di comodità combinati con l’inconfondibile atmosfera lappone. Le piste di sci ben tenute e i percorsi campestri fanno della Lapponia un’invitante destinazione invernale, con discese che incontrano i gusti di tutti, da principianti a esperti. C’è solo l’imbarazzo della scelta tra le diverse attività, dal telemarking allo snowboard al freestyle.

Ma la Lapponia non è solo sci. Altre entusiasmanti attività all’aperto completano l’esperienza della vacanza. I safari con renna e husky sono l’ideale per godere dei meravigliosi paesaggi, mentre gli amanti della velocità adoreranno le corse in motoslitta.

Una visita ad una fattoria di renne regalerà a voi visitatori un respiro di vita lappone tradizionale. O più semplicemente, potrete godervi lo scenario dello spettacolo più incredibile della natura: le luci del nord.

I resort lapponi offrono sistemazioni in hotel di lusso o in accoglienti casette di legno completamente attrezzate. In alternativa, passare la notte in un igloo è un’esperienza indimenticabile.

La Lapponia è ben servita da voli di un’ora e mezza da Helsinki verso diversi aeroporti della regione. Ci sono anche voli charter da molti aeroporti europei.

I resort Levi, Yllas e Pallas-Olos sono tutti vicini all’aeroporto Kittila.

Levi è un paesino che ogni anno ospita la Coppa del Mondo di Sci Alpino. Yllas offre sette discese con magnifici paesaggi e grandi sciate. Pallas è stata a lungo la favorita del turismo con i suoi bellissimi parchi naturali. Rovaniemi, al Circolo Artico, è una città moderna con un tocco lappone ed è la fiabesca casa di Babbo Natale. La connessa area di sci di Pyha-Luosto è anche facilmente raggiungibile dall’aeroporto di Rovaniemi. Saariselka, nel nord della Lapponia, è un vivace paese non lontano dall’aeroporto di Ivalo.

Una visita in Lapponia vale la pena anche d’estate, quando diventa la terra del sole di mezzanotte e offre indimenticabili esperienze come rafting, canoa ed escursioni in mountain bike o a piedi.


Posted on January 13, 2009 - by Carlotta Cerri

Diagnosing depression. What is the difference between a recession and a depression?

Depressione sotto analisi. Che differenza c’è tra recessione e depressione?

Traduzione di Carlotta Cerri

Articolo tratto da The Economist. Leggi l’originale: Diagnosing depression. What is the difference between a recession and a depression?

Il termine “depressione” compare oggi più che mai negli ultimi 60 anni, ma che cosa significa esattamente? Secondo la regola generale, si ha recessione quando il PIL cala per due trimestri consecutivi. Il National Bureau of Economic Reaserch americano ha ufficialmente dichiarato uno stato di recessione basato su un’analisi più rigorosa di una gamma di indicatori economici. Ma non esiste una definizione di depressione diffusamente accettata. Quindi, quanto grave deve diventare questa corrente crisi prima che le si possa attribuire la parola che inizia con la “D”?

Una ricerca su internet suggerisce due criteri principali per distinguere una depressione da una recessione: un calo del PIL reale superiore al 10% o un calo che dura per più di tre anni. La Grande Depressione americana ha presentato entrambi i valori con un calo del PIL del 30% tra il 1929 e il 1933. Anche la produzione ha avuto un calo del 13% tra il 1937 e il 1938. La Grande Depressione è stata la crisi economica americana più grave (escludendo quelle relazionate alle guerre), ma con i suoi 43 mesi non è stata la più lunga: questo onore va indubbiamente alla crisi durata dal 1873 al 1879, per un totale di 65 mesi.

[...]

Prima degli anni ‘30 tutti i rallentamenti economici erano comunemente chiamate depressioni. Il termine “recessione” è stato coniato successivamente per non riportare alla mente spiacevoli ricordi. Ancora prima della Grande Depressione i rallentamenti economici erano generalmente più gravi e più lunghi di quanto non lo siano ai giorni nostri. L’incremento delle spese governative è una delle ragioni per cui le recessioni si sono mitizzate. Durante le recessioni i governi, al contrario delle imprese, non tagliano spese e lavori, e aiutano, quindi, a stabilizzare l’economia; le tasse sul reddito diminuiscono automaticamente e i benefici della disoccupazione aumentano, aiutando a sostenere le entrate. Un’altra ragione è il fatto che negli ultimi decenni del XIX secolo e nei primi del XX, quando i Paesi mantenevano il Gold Standard, l’offerta di denaro si riduceva durante le recessioni, peggiorando la crisi. Anche le ondate di fallimenti bancari peggioravano spesso la situazione.

Ma una recente analisi di Saul Eslake, direttore commerciale della banca ANZ, sostiene che la differenza tra recessione e depressione non si basa soltanto su fattori quali dimensione e durata. Anche le cause della crisi sono determinanti. Una recessione standard segue generalmente un periodo di stretta politica monetaria, ma una depressione è il risultato di una bolla speculativa, una contrazione del credito e un calo nel livello generale dei prezzi. Durante la Grande Depressione la media dei prezzi in America calò di un quarto, e il PIL nominale finì per dimezzarsi. Le peggiori recessioni americane prima della seconda guerra mondiale, erano tutte caratterizzate da panico finanziario e caduta dei prezzi: sia nel 1983-84 sia nel 1907-08, il PIL reale diminuì di quasi il 10%; negli anni 1919-21 crollò del 13%.

Il rallentamento economico che seguì il crollo dell’Unione Sovietica e quelli avvenuti durante le crisi in Asia non erano vere e proprie depressioni, sostiene Eslake, perché l’inflazione aumentò bruscamente. D’altro canto, l’esperienza del Giappone nei tardi anni ‘90, quando il PIL nominale diminuì per diversi anni, potrebbe esserlo. Una depressione, dice Eslake, non deve necessariamente essere “Grande” come quella degli anni ‘30. Secondo la sua definizione, una depressione, come le recessioni, può essere mite o grave.

Un’altra fondamentale implicazione nella distinzione tra recessione e depressione è che richiedono due diverse risposte politiche. Una recessione causata da una politica monetaria stretta può essere affrontata diminuendo i tassi d’interesse, mentre una politica fiscale tende ad essere meno efficace a causa dei ritardi che richiede. Al contrario, in una depressione causata da prezzi in calo, contrazione del credito e deflazione, una politica monetaria convenzionale è meno efficace di una politica fiscale.


Posted on January 11, 2009 - by Carlotta Cerri

Malcolm Gladwell says that if you want to shine, put in 10,000 hours

Malcolm Gladwell: “Ci vogliono 10.000 ore per raggiungere il successo”

Traduzione di Carlotta Cerri

Articolo di Steven Swinford tratto da TimesOnline. Leggi l’originale: Malcolm Gladwell says that if you want to shine, put in 10,000 hours.

La ricerca del successo ha prodotto un’industria “dell’incoraggiamento” del valore di milioni di sterline e librerie piene zeppe di libri di crescita personale. È la pratica, tuttavia, che porta alla perfezione, come sostiene il sociologo i cui libri sono diventati lettura obbligatoria per il partito Conservatore.

Il modo migliore per raggiungere la notorietà internazionale è impiegare 10.000 ore nell’affinare le proprie capacità, dice il nuovo libro di Malcom Gladwell, autore del best-seller “Il Punto Critico”.

I più grandi atleti, imprenditori, musicisti e scienziati emergono solo impiegando almeno tre ore al giorno per un decennio a diventare esperti nel campo che hanno scelto.

La capacità, secondo Gladwell, è solo una dei fattori del successo. Il lavoro, l’etica, la fortuna, una solida base di supporti e perfino l’essere nato nell’anno giusto, giocano un ruolo di gran lunga più importante.

Proprio come i Beatles raggiunsero il successo con l’esplosione della cultura pop degli anni ‘60, così la passione che Bill Gates aveva per la tastiera telescrivente ASR33 che usava a scuola nel 1968, ha trasformato un ragazzo timido in uno degli uomini più ricchi del pianeta.

“Nessuno – né le rock star, né gli atleti professionisti, né i milionari informatici e nemmeno i geni – si fa da solo”, scrive Gladwell in “Outliers: The Story of Success”.

Gladwell è diventato uno dei più influenti sociologi al mondo con la pubblicazione nel 2000 de “Il Punto Critico”, che dimostrava come le piccole azioni possano scatenare epidemie sociali.

Il suo nuovo libro sostiene che “l’uomo che si fa da sé” non esiste. Invece, sono gli anni di intensa focalizzazione sull’area di competenza che mettono le persone più famose del mondo al di sopra dei loro coetanei.

“La cosa veramente interessante di questa regola delle 10.000 ore è che è applicabile ovunque”", ha detto Gladwell ad una conferenza tenuta dal magazine The New Yorker. “Non si può diventare un grande campione di scacchi, se non si ha giocato per almeno 10.000 ore”.

“Il ragazzo prodigio del tennis, come Boris Becker, che inizia a giocare a sei anni, raggiungerà il livello della Wimbledon a 16 o 17 anni. Il musicista classico che inizia a suonare a 4 anni, debutterà alla Carnegie Hall verso i 15 anni”.

L’approccio ossessivo è particolarmente evidente nelle icone sportive. Jonny Wilkinson, il giocatore di rugby, Tiger Wood, il golfista, e le sorelle Williams del tennis, si sono tutti allenati senza sosta da quando erano bambini.

Gran parte del successo olimpico della Gran Bretagna è una combinazione di talento naturale e assoluta dedizione. L’oro indiscusso della ciclista Victoria Pendleton nello sprint femminile a Pechino è arrivato solo dopo l’umiliante sconfitta ad Atene di quattro anni fa. Con quattro ore di allenamento al giorno per sei giorni alla settimana, l’atleta ventisettenne si è conquistata la sua ricompensa. Rebecca Adlington, la nuotatrice diciannovenne che ha vinto due medaglie d’oro alle Olimpiadi di Pechino, si è allenata per un tempo stimato di 8.840 ore da quando aveva 12 anni.

Bill Furniss, il suo allenatore, ha detto: “Quando l’ho vista la prima volta, mi ha colpito la sua volontà di sopportare il dolore e fare sacrifici”.

[...]

In generale, Gladwell dice che gli Asiatici eccellono nelle materie matematiche perché è la loro cultura a richiederlo. Se altri Paesi educassero i loro bambini così rigorosamente, otterrebbero risultati simili.

Inoltre è fondamentale trovarsi al posto giusto nel momento giusto, perché la possibilità di successo deriva dalle “particolari opportunità che ci vengono offerte dal periodo storico in cui viviamo”.

Una tale “fortuna demografica” può rivelarsi essenziale nel business. Secondo Gladwell, gli anni ‘30 del 1800 e del 1900 hanno favorito il successo di futuri imprenditori.

In quei decenni, infatti, la combinazione tra boom economico e bassa percentuale di nascite, ha portato a classi di studenti ridotte e imprese alla ricerca di talenti.

Frank Furedi, professore e sociologo all’Università di Kent, ha detto che chi ha alle spalle molte ore di pratica si crea la propria fortuna: “Chi lavora duro è pronto quando la fortuna gira dalla sua”.



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