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Posted on April 6, 2009 - by Carlotta Cerri
The trouble of Marcie Flint • John Cheever
I guai di Marcie Flint
di John Cheever
Traduzione di Carlotta Cerri
« Scrivo a bordo della S.S. Augustus, tre giorni in mare. La mia valigia è piena di burro di arachidi e io sto scappando dai sobborghi di tutte le grandi città. Che postacci! I sobborghi, intendo. Dio mi liberi dalle amabili signore che al crepuscolo ritirano in casa gli aster e le rose per timore che il gelo li uccida e dalle signore così piene di fervore civico da essere intossicate. Sono diretto a Torino, dove le ragazze adorano il burro di arachidi e il mondo è un paese delle meraviglie… ». Non c’era nulla che non andava nel sobborgo (Shady Hill) da cui Charles Flint stava scappando, la sua età è irrilevante e lui non era estraneo a Torino, dove di recente aveva trascorso tre mesi per lavoro.
« Dio mi liberi » continuava « da donne che si vestono come toreros per andare al supermercato e da cartelle in pelle di vacca e da flanella e gabardine. Mi liberi dai giochi di parole e dagli adulteri, dai bassotti e dalle piscine, dalle tartine surgelate, dai Bloody Mary, dalla sciocca vanità della gente, dalle piante di lillà e dagli incontri scuola-famiglia ». Continuava a scrivere, mentre la Augustus prendeva la rotta prevista ad est ad una velocità di diciassette nodi: avrebbero raggiunto le Azzorre in un giorno.
Come tutti gli uomini pieni di risentimento, Flint sapeva meno della metà della storia ed era più interessato a sfogare la sua rabbia che a conoscere la verità. Marcie, la moglie dalla quale fuggiva, era una donna dai capelli e gli occhi scuri – tutt’altro che giovane, ma dotata di un’infinita grazia femminile e di grande valore. Non aveva detto ai suoi vicini che Charlie l’aveva lasciata; non aveva nemmeno chiamato l’avvocato. Invece, aveva licenziato il cuoco, si era diretta a sud-sudovest tra i fornelli e il lavandino e stava cucinando la cena ai bambini. Non era da lei ripensare al passato, come faceva suo marito, o esaminare le forze in grado di frapporre un oceano tra una coppia felicemente sposata da quindici anni. C’era stata, sentiva lei, una lieve divergenza di punti di vista durante l’ultima assenza di Charlie per lavoro. Come sempre, lui le scriveva che sentiva la sua mancanza, ma le scriveva anche che cenava alla Superga sei giorni su sette e si divertiva moltissimo. Charles aveva previsto di stare via solo sei settimane e quando queste diventarono tre mesi, lei scoprì che era qualcosa che si poteva sopportare.
I vicini le erano gentilmente stati accanto durante le prime settimane. Ma lei stessa sapeva che una donna sola può rovinare una cena tra amici e, considerato che Flint non accennava a tornare, capiva che sarebbe andata incontro a sempre più frequenti notti solitarie. Ora, due erano gli aspetti della vita notturna di Shady Hill: c’erano le feste, ovviamente, e poi c’era l’altro lato – l’abituale laboratorio di Babbo Natale per cantanti di madrigali, gruppi di discussione politica, flautisti, scuole di danza, lezioni di preparazione alla cresima, incontri del comitato e conferenze di letteratura, filosofia, pianificazione della città e controllo della peste. Con ogni probabilità, il luminoso manto di stelle del paradiso non si era mai posato prima su un tale quadro di vita notturna. Marcie, che aveva una voce dolce e chiara, si unì al gruppo dei madrigali che si riuniva ogni giovedì e al laboratorio politico del lunedì. Non appena si rese disponibile, le fu chiesto di far parte del Comitato, chissà poi perché: lei non parlava quasi mai. Alla fine, al terzo mese che Charlie mancava da casa, Marcie accettò un incarico al Consiglio Comunale, più che altro per tenersi occupata.
Virtù, buon senso, zelo civico e solitudine furono in parte la causa dei guai della povera Marcie. Charlie, nella lontana Torino, la immaginava la sera del suo ritorno aspettarlo sulla porta illuminata della loro casa, ma chissà se la immaginava cercare a tastoni le scarpe dei bambini sotto il letto o versare il grasso del bacon in una vecchia lattina della minestra. « Papà deve trattenersi in Italia per guadagnare più soldi e comprare le cose di cui abbiamo bisogno » diceva ai bambini. Ma quando Charlie la chiamava dall’estero, come faceva ogni settimana, sembrava sempre che avesse bevuto. Ammiratela, dunque, questa dolce donna che canta “Hodie Christus Natus Est”, studia Karl Marx e siede su una sedia rigida alle riunioni del Consiglio Comunale.
Se c’era qualcosa che non andava a Shady Hill, qualcosa di facilmente identificabile, era il fatto che il paese non aveva una biblioteca pubblica – niente copie scolorite di Pascal che puzzano come cavoli; niente raccolte malandate di Dostoevski o George Eliot; niente Galsworthy, nemmeno; niente Barrie né Bennett. Questo era l’argomento principale del Consiglio Comunale nel periodo in cui Marcie ne faceva parte. I sostenitori della biblioteca erano più che altro nuovi arrivati in paese; il capogruppo dell’opposizione era la signora Selfredge, membro del Consiglio e donna molto dignitosa dagli occhi azzurri di una straordinaria brillantezza ed inespressività. La signora Selfredge parlava spesso dello stile di vita tranquillo che aveva scelto. « Non usciamo mai » diceva sempre, ma in un modo che sembrava rivelare non una scelta, ma bensì una profonda solitudine. Era sposata con un uomo ricco molto più vecchio di lei con il quale non aveva avuto figli. A dire la verità, il volto della signora Selfredge si velava di un colore profondo anche solo al sentire il più indiretto riferimento sessuale. Lei sosteneva che la biblioteca appartenesse a quella categoria di servizi pubblici che avrebbe condotto Shady Hill verso uno sviluppo. Il suo non era cieco pregiudizio. Carsen park, un paesino vicino, aveva favorito uno sviluppo interno con risultati devastanti per coloro che già vi abitavano. Le tasse erano raddoppiate, le scuole rovinate. I fautori della biblioteca continuavano a sostenere che non ci fosse nessun collegamento tra la lettura e il patrimonio immobiliare, fino a che un terribile omicidio – tre omicidi, in verità – si consumò in una di quelle case a schiera nell’area di sviluppo urbano di Carsen Park e il progetto della biblioteca fu sepolto con le vittime.
Dalle terrazze della Superga si vede tutta Torino con le montagne innevate circostanti. Lassù, può darsi che un uomo con un bicchiere di vino non pensi alla moglie che frequenta le riunioni del Consiglio Comunale. Questo Consiglio era formato da dieci uomini e due donne e presieduto dal Sindaco che selezionava i progetti di cui discutere. Si incontravano al Centro Civico, una vecchia villa sequestrata per tasse insolute. La stanza del ricevimento era stata adibita a sala delle assemblee. Un tempo in questa stanza si nascondevano le uova di Pasqua, i bambini attaccavano code di carta ad asini di carta, il fuoco bruciava nel caminetto e in un angolo si costruiva l’albero di Natale. Ma da quando la casa era diventata proprietà del paese, sembra sia stato fatto uno sforzo di coscienza per esorcizzare questi dolci fantasmi. L’autoritratto di Raffaello e le fotografie del ponte di Avignone e dell’Avon a Stratford erano stati tolti e le pareti tinteggiate di una triste tonalità di verde. Il caminetto era ancora lì, ma la canna fumaria era stata sigillata e i mattoni macchiati di pittura verde. La tubatura fluorescente sul soffitto emanava una luce languida sui volti dei membri del Consiglio Comunale e li faceva sembrare tutti sparuti e stanchi. Marcie si sentiva a disagio. In quella luce aspra, la sua dolcezza svaniva e lei si sentiva non solo annoiata, ma dolorosamente sola.
Quella particolare notte, discussero delle tasse sull’acqua e della metratura dei parcheggi. Poi il Sindaco tornò sul progetto della biblioteca per l’ultima volta. « La questione è chiaramente chiusa » disse « ma abbiamo ascoltato tutti da entrambe le parti. C’è ancora una persona che desidera parlare e io credo che dovremmo ascoltarlo. Viene da Maple Dell ». Poi aprì la porta che divideva la sala assemblee dal corridoio e diede il benvenuto a Noel Mackham.
Ora, il quartiere di Maple Dell era una sorta di area di sviluppo urbano di Shady Hill. Era uno di quei posti in cui le case sono tutte una vicina all’altra, tutte con cornice bianca, tutte giovani di vent’anni e tutte con una macchina parcheggiata di fronte che sembrava più solida della casa stessa. Insomma, era una sorta di frammento di una cultura nomade, niente di più di un terreno dove deporre le uova, un posto dove procreare e crescere la gioventù – perché chi vorrebbe tornare a Maple Dell? Chi, perfino nei momenti più bui, penserebbe con brama a tre camere da letto al piano superiore, un gabinetto che fa acqua e una sala dall’odore sgradevole? Chi tornerebbe in quel piccolo salotto dove non c’è spazio per girarsi senza far cadere la foto a colori del monte Rainer? Chi tornerebbe su quella sedia che ti pungeva il sedere e quel televisore obsoleto e quel posacenere ricurvo con la statuetta in ferro battuto raffigurante una donna nuda che fa sventolare il foulard?
« Capisco che la questione è chiusa » disse il signor Mackham « ma vorrei solo dirmi a favore della biblioteca. Lo devo alla mia coscienza ».
Non era esattamente quello che si potrebbe definire un grande oratore. Era alto. I capelli avevano iniziato una irregolare caduta, lasciandogli una rada peluria da pettinare sopra una fronte calva. Aveva lineamenti spigolosi e una brutta pelle. La sua voce non raggiungeva note profonde. L’estensione sembrava limitata ad una delicata raucedine – un suono monotono e rauco che risvegliò in Marcie, come una melodia ungherese, una irritante malinconia. « Volevo solo spendere qualche parola a favore della biblioteca » disse con quella sua voce stridula. « Sono cresciuto in una famiglia povera. Non c’era molto di positivo nel nostro stile di vita, ma c’era la biblioteca Carnegie. Ho iniziato a frequentarla quando avevo otto anni e ho continuato regolarmente per dieci anni. Ho letto tutto - filosofia, romanzi, libri tecnici, di poesia, giornali di bordo. Perfino un libro di cucina. Per me, quella biblioteca ha fatto la differenza tra successo e fallimento. Quando ripenso all’emozione che provavo nel divorare un buon libro, detesto l’idea di crescere i miei figli in un posto che non ha una biblioteca ».
« Be’, certo, sappiamo che cosa intende dire » disse il sindaco Simmons. « Ma non credo che sia questo il problema. Il problema non è negare i libri ai bambini. La maggior parte di noi a Shady Hill ha biblioteche personali in casa ».
Mark Barrett si alzò: « Io, invece, vorrei dire due parole riguardo i bambini poveri e la lettura, se posso » esclamò con una voce così ricca di colori e virilità che tutti sorrisero. « Anche io ero un bambino povero » aggiunse sorridente « e non mi vergogno ad ammetterlo. Vorrei solo dire – per quanto vale – che non ho mai messo il naso in una biblioteca, se non per ripararmi dalla pioggia o per seguire una ragazza carina. Solo non voglio che pensiate che una biblioteca pubblica sia la strada verso il successo ».
« Io non ho detto che una biblioteca pubblica è la strada verso il… »
« Be’, lo ha sottinteso! » urlò Barrett e si sedette con un gran trambusto. La sua sedia scricchiolò e reggicalze, bretelle e scarpe risuonarono al lieve gonfiarsi dei muscoli.
« Volevo solo dire… » Mackham ricominciò.
« Lo ha sottinteso » ripeté Barrett.
« Solo perché lei non sa leggere » disse Mackham « non significa che… ».
« Dannazione, amico, non ho detto che non so leggere! » Barrett si alzò nuovamente in piedi.
« Calma, signori. Calma! Calma! » esclamò il sindaco Simmons. « Moderiamo i toni ».
« Non starò qui seduto ad ascoltare uno di Maple Dell che dice di essere ganzo solo perché ha letto tanti libri » gridò Barrett. « I libri hanno la loro importanza. Non lo nego. Ma non sono stati certo i libri a farmi arrivare dove sono oggi e da dove sono oggi, io sputo su Maple Dell. E per quanto riguarda i miei bambini, li preferisco a giocare all’aria aperta che a leggere libri di cucina ».
« Per favore, Mark. Per favore » disse il sindaco. Poi si girò verso la signora Selfredge e le chiese di proporre che la riunione fosse rimandata.
« Il giorno, l’ora, l’attimo della rivelazione » scriveva Charlie sul ponte della Augustus « fu una domenica, otto giorni dopo il mio ritorno a casa. Dio mio, ero così felice! Avevo passato gran parte della giornata montando finestre blindate. Finito il lavoro, riposi la scala, presi asciugamano e costume da bagno e camminai fino alla piscina dei Townsend. Loro erano via, ma la piscina non era ancora stata svuotata. Mi misi il costume e mi buttai in acqua. Ricordo che molto, molto in alto su uno dei pini, notai un reggiseno che probabilmente i figli dei Townsend avevano rubato e tirato lassù in piena estate, mentre il vento di ponente si portava con sé le grida di sgomento delle loro vittime. L’acqua era molto fredda e quando uscii dalla piscina e mi rivestii, non so se per la pressione sanguigna o per qualche altra ragione medica, mi sentii scoppiare di gioia. Tornai a casa e mi accolse un tale silenzio che pensai fosse successo qualcosa. Non era un silenzio inquietante, solo mi domandai perché il ticchettio dell’orologio sembrasse così rumoroso. Andai al piano di sopra e trovai Marcie addormentata nella sua camera. Il leggero scialle che la copriva era scivolato scoprendole spalle e seno. Fu allora che sentii le voci di Henry e Kate e mi diressi verso la stanza sul retro. La finestra guardava sul giardino, dove un sentiero di ghiaia che avrei dovuto ripulire dalla erbacce conduceva ad una collinetta. Henry e Kate erano lì. Katie stava scarabocchiando sulla ghiaia con un bastoncino – qualche messaggio d’amore, suppongo. Henry giocava con uno di quegli aeroplanini ad ali spiegate – il suo aeroplanino portafortuna – costruito in legno di balsa e azionato per mezzo di un elastico. Riuscii a vedere le sue labbra muoversi come per contare mentre attorcigliava l’elastico ruotando l’elica. Quando tutto fu pronto per il volo, distanziò i piedi sulla ghiaia come un marksman – Katie non guardò nulla di tutto ciò – e fece decollare l’aereoplano. Le ali dell’aereo erano pallide nella luce del tramonto, ma quando volò alto, fuori dall’ombra, il sole lo inondò con la sua luce gialla. Con poca più forza di una falena, volò in circolo e vagò nell’aria e lentamente tornò giù verso l’ombra e si schiantò contro la peonia. “L’ho fatto volare in alto di nuovo” sentii Henry gridare. “L’ho fatto volare nella luce”. Katie continuava a scrivere il suo messaggio sulla ghiaia. E poi, come in un film dagli effetti speciali, vidi me al posto di mio figlio, in un giardino simile a far volare oltre il buio un aeroplano, una freccia, una pallina da tennis, una pietra – qualsiasi cosa – mentre mia sorella disegnava cuori sulla ghiaia. Il ricordo di quanto profondo fosse il desiderio di raggiungere la luce mi aveva completamente rapito e continuai a guardare il ragazzino far volare l’aeroplano di nuovo e di nuovo.
Mi sentivo ancora frizzante e pieno di gioia quando tornai alla porta, fermandomi a guardare le curve del seno di Marcie. Decisi, però, in un’ondata di amore, di lasciarla dormire. Mi sentivo così bene che avevo bisogno di bere qualcosa – non per tirarmi su, ma per raffreddare l’animo – e mi versai del whisky in un bicchiere. Andai in cucina per prendere del ghiaccio e notai che, non so come, erano entrate alcune formiche. Fu una vera sorpresa perché non avevamo mai avuto problemi con le formiche. Con i ragni, quelli sì. Prima degli uragani equinoziali – addirittura prima che il barometro iniziasse a scendere – la casa sembrava riempirsi di ragni, come se potessero sentire il pericolo nell’aria. C’erano ragni nella vasca da bagno, ragni in salotto, ragni in cucina e camminando lungo il corridoio al piano superiore prima di una tempesta, si poteva sentire il filo di una ragnatela rompersi sul volto. Ma non avevamo mai avuto problemi con le formiche. In quel pomeriggio d’autunno, invece, migliaia di formiche fecero irruzione attraverso il legno della cucina e disegnarono una doppia corsia attraverso il piano del lavello e giù nel lavandino, dove sembrava avessero trovato quello che cercavano.
« Trovai del veleno anti-formiche nascosto su una mensola nel ripostiglio, un piccolo barattolo con dentro della roba marrone che avevo comprato anni fa da Timmons, in paese. Ne versai in abbondanza in un piattino che misi sul piano del lavello. Poi presi il mio bicchiere e una parte del giornale della domenica e andai fuori sulla terrazza di fronte a casa. La casa guardava ad ovest, quindi avevo più luce di quanta ne avessero i bambini e mi sentii così felice che perfino le notizie sul giornale sembravano allegre. Nessun re era stato assassinato nelle strade oscure e bagnate di Marsiglia; nessuna tempesta infuriava nei Balcani; nessun inglese dall’aria di impiegato – oggetto dell’ammirazione della padrona di casa e delle formiche – aveva sciolto i resti di una giovane fanciulla in un bagno d’acido; perfino nessun gioiello era stato rubato. E quell’occasionale potere che il giornale della domenica ha di evocare un mondo ansioso e bagnato, fatto di corone cadute e guerre inevitabili, sembrava sparito. Ma quando il sole si ritirò dal giornale e dalla sedia su cui ero seduto, rimpiansi di non aver indossato un maglione.
« La stagione era inoltrata – c’era aria di cambiamento – e anche questo mi rendeva felice. La domenica passata, o quella prima ancora, la terrazza era immersa nella luce. Pensai ad altri posti dove mi sarebbe piaciuto essere – sull’isola di Nantucket, quando non vi era altro che una manciata di persone, le barche dei pescatori se ne erano andate e le dune di sabbia proiettavano l’ombra sulla spiaggia, come mai accadeva in estate. E pensai all’isola di Vineyard e ai precipizi color farina e al mare purpureo d’autunno e a quella quiete nella quale si può sentire, lontano nel triangolo di Sound, lo stridere di un bozzello su un canestrello di una barca che si avvicina. Sorseggiai il mio whisky e sfogliai il giornale, ma la vista della luce dorata sull’erba e sugli alberi era più attraente delle notizie e ora il ricordo delle isole sul mare si mischiava al candore delle cosce di Marcie.
« Fui poi catturato dall’orgoglio inebriante di quell’ora, dalla gioia e dalla purezza di quella scena e dalla semplicità con la quale potevo ottenere ciò di cui avevo bisogno. Ripensai a Marcie che dormiva e che presto l’avrei raggiunta – sarebbe stato un modo per esprimere il mio orgoglio. Mi fermai ad ascoltare le voci dei bambini, ma non li sentii, così decisi di celebrare quell’ora passata. Lasciai il giornale e corsi su per le scale. Marcie dormiva ancora e io mi spogliai e mi coricai accanto a lei, svegliandola da un sogno piacevole a giudicare dal quel sorriso che mi attirò a lei ».
Ma torniamo a Marcie e ai suoi guai. Quando il meeting fu rimandato, Marcie si mise il cappotto e disse: « Buona notte. Buona notte… mi aspetto che lui torni la prossima settimana ». Non si arrabbiava con facilità, ma improvvisamente si sentì come se avesse appena guardato stupidità e scorrettezza dritte negli occhi. Scendendo le scale dietro a Mackham, sentì un forte misto tra pena e comprensione per lo straniero e una ben definita rabbia verso il vecchio amico Mark Barrett. Fermò Mackham sulla porta per scusarsi e raccontargli che anche lei aveva qualche buon ricordo legato alla biblioteca pubblica.
Come sempre, la signora Selfredge e il sindaco Simmons erano gli ultimi ad uscire. Il sindaco aspettava con il dito sull’interruttore della luce, mentre la signora Selfredge indossava i suoi guanti bianchi. « Sono contento che la questione della biblioteca sia chiusa » disse lui. « Ho alcuni dubbi, ma in questo momento sono contro tutto ciò che è pubblico, contro qualsiasi cosa che porti la città verso uno sviluppo ». Parlava con coinvolgimento e, alla parola “sviluppo”, una fila di case identiche si delineò nella sua mente. Non gli sembrava giusto che le case che aveva immaginato dovessero essere identiche e tutte costruite in legno verde e falsa pietra. Non gli sembrava giusto che le giovani coppie dovessero iniziare le loro vite in un’atmosfera priva di grazia e non gli non gli sembrava giusto che questi filari di case non potessero preservare a lungo quello scarno diritto di esclusività e sarebbero presto diventati spazi tutt’altro che gradevoli alla vista. « È chiaro che non si tratta di negare i libri ai bambini » ripeté. « Noi tutti abbiamo biblioteche personali. Non è quello il problema. Immagino che anche tu sia stata cresciuta in una casa con una biblioteca, non è così?»
« Oh, sì, sì » esclamò la signora Selfredge. Il sindaco aveva spento la luce e il buio aveva coperto e attenuato la bugia della donna. Il padre di lei faceva parte della polizia di Brooklyn e non c’erano libri in casa sua. Era un uomo amabile – non particolarmente profumato – che raccontava ai bambini storie sulle sue pattuglie. Trasandato e allegro, aveva passato gli anni della pensione in mutande bevendo birra in cucina, con grande disperazione e vergogna della sua unica figlia.
Il sindaco augurò la buona notte alla signora Selfredge sul marciapiede e da lì lei sentì Marcie dire a Mackham: « Sono terribilmente spiacente per Mark, per quello che ha detto. Tutti abbiamo dovuto sopportarlo prima o dopo. Perché non viene a casa mia a bere qualcosa? Magari potremmo riparlare del progetto della biblioteca ».
Allora non è finita, pensò indignata la signora Selfredge. Non si fermeranno fino a che l’intera Shady Hill non sarà altro che una grande area di sviluppo. Quelle persone bisognose e prive di immaginazione che avevano proposto il progetto di Carsen Park, con i loro greggi di bambini, i loro pagamenti mensili degli interessi, le loro finestre panoramiche e la loro vista su case identiche e senza alberi e su strade fangose e non asfaltate, sembravano una minaccia ai suoi più amati ideali – i suoi prati, le sue gioie, i suoi diritti di proprietà, perfino alla sua autostima.
Il signor Selfredge, un uomo anziano intelligente ed elegante, stava aspettando la sua Principessina e lei gli parlò dei suoi problemi. Il signor Selfredge si era ritirato dal mondo bancario – grazie a Dio, perché ogni volta che metteva piede nel mondo di oggi, si trovava di fronte il deterioramento di quelle qualità di responsabilità ed iniziativa che avevano reso il mondo della sua giovinezza selettivo, vigoroso e sano. Sapeva tutto di Shady Hill – aveva perfino riconosciuto il nome di Mackham. « La banca ha l’ipoteca sulla sua casa » disse. « Ricordo quando chiese il prestito. Lavora a New York per una azienda di libri di testo che è stata accusata da almeno un Comitato Congressuale di pubblicare versioni sovversive della storia. Non mi preoccuperei di lui, cara, ma se ti facesse sentire meglio, potrei scrivere una lettere al giornale senza problemi ».
« Ma i bambini erano più vicini di quanto pensassi » scriveva Charlie, a bordo della Augustus « Erano ancora in giardino. Credo che quella ora di libertà per loro significasse che potevano rubare del cibo. Posso solo inventare o immaginare come si erano svolti i fatti. Magari erano stati attratti in casa da una fame acuta come la mia. Allora erano entrati in cucina e, trovando via libera, avevano aperto la ghiacciaia lentamente cosicché non si sentisse il rumore della pesante serratura. Il frigorifero doveva essere stato una delusione perché Henry andò dritto verso il lavandino e iniziò a mangiare l’arseniato di sodio. « Caramelle » esclamò e Katie lo raggiunse e litigarono per accaparrarsi il restante veleno. Devono essere rimasti in cucina per un bel po’ perché erano ancora lì quando Henry iniziò ad avere i conati di vomito. “Almeno non sporcare tutto” disse Katie. “Andiamo fuori”. Anche lei iniziava a sentirsi male, così uscirono e si nascosero sotto una pianta di lillà, esattamente dove li trovai quando mi vestii e scesi.
Mi dissero cosa avevano mangiato e io svegliai Marcie e poi corsi di sotto a chiamare il dottor Mullens. “Gesù Cristo!” esclamò. “Arrivo subito”. Mi chiese di leggere l’etichetta sul barattolo, ma c’era solo scritto arseniato di sodio e non diceva la percentuale. E quando gli dissi che l’avevo comprato dai Timmons, mi disse di chiamarlo e chiedergli chi fosse il produttore. Il telefono era occupato, così, mentre Marcie correva avanti e indietro da un bambino all’altro, saltai in macchina e guidai fino in paese. Ricordo che c’era moltissima luce in cielo, ma la strada era quasi buia. Il negozio dei Timmons era l’unico posto illuminato ed era quel tipo di posto che sembra vivere degli scarti degli altri commercianti. Quest’ora tarda in cui tutti gli altri negozi erano chiusi era la migliore per Timmons. La stravagante accozzaglia di prodotti esposti in vetrina – ferri da stiro, posaceneri, Venere in un abbraccio di fiori, borse del ghiaccio e profumi – continuava all’interno del negozio, che sembrava un regno di curiosità farmaceutiche o una casa dei divertimenti: un magazzino di bellezze di cartone che si ungevano con olio solare, di catene montuose di cartone nello splendore delle Alpi a pubblicizzare un sapone al gusto d’ananas, di mensole di libri e bidoni pieni di tovaglie per tavoli da gioco e pistole ad acqua di plastica. Il negozio era anche una sorta di casa per la signora Timmons, in piedi dietro la fontana di soda, con le foto dei suoi tre figli (uno defunto) in uniforme disposte sullo specchio alle sue spalle. Quando Timmons in persona si presentò al bancone, stava ancora masticando qualcosa e si pulì dalla bocca le briciole di un panino con il dorso della mano. Gli mostrai il barattolo e dissi: “I bambini ne hanno mangiato un po’ un’ora fa. Ho chiamato il dottor Mullens che mi ha detto di venire da lei. Non sappiamo quale sia la percentuale di arseniato e il dottore pensa che lei possa ricordarsi dove l’ha comprato, così da poter chiamare il produttore e scoprirlo”.
“I bambini si sono avvelenati?” domandò Timmons.
“Sì” ribattei.
“Lei non ha comprato questo prodotto da me” disse lui.
L’ineleganza della sua bugia e la quiete in quel folle negozio mi tolsero ogni speranza. “Sì che l’ho comprato da lei, signor Timmons” dissi. “Non c’è dubbio al riguardo. I miei bambini possono morire. Voglio che mi dica dove ha comprato questa roba”.
“Lei non ha comprato questo prodotto da me” ribadì lui.
Guardai la signora Timmons, ma lei stava lavando il pavimento del balcone. Era muta. “Che vada al diavolo!” gridai e, avvicinandomi al bancone, lo afferrai per la camicia. “Ora lei controlla i suoi registri! Lei controlla quei suoi maledetti registri e mi dice da dove viene fuori quella roba!”.
“Sappiamo cosa significa perdere un figlio” disse la signora Timmons alle mie spalle. La sua voce non era affatto intensa; era più un aspro e monotono canto di dolore e bisogno. “Non deve dirci cosa si prova”.
“Lei non ha comprato questo prodotto da me” disse Timmons ancora una volta e io strattonai la camicia finché uno dei bottoni si staccò e allora lo lasciai andare. La signora Timmons continuava a lavare il bancone. Il signor Timmons rimase con la testa così piegata dalla vergogna che non riuscii nemmeno a vedere i suoi occhi prima di allontanarmi.
Quando tornai a casa, il dottor Mullens era nel corridoio al piano di sopra e il peggio era passato. “Poco più o poco meno e li avreste persi” disse allegramente. “Ho usato una pompa gastrica e credo che si rimetteranno. Ovviamente, essendo un veleno potente, Marcie dovrà prelevare campioni per una settimana perché tende a rimanere nei reni, ma si rimetteranno”. Lo ringraziai, lo accompagnai all’auto e rientrai in casa, andai al piano di sopra nella stanza in cui i bambini erano stati messi a letto insieme per tenersi compagnia e dissi loro qualcosa di stupido. Poi sentii Marcie piangere nella nostra camera da letto e la raggiunsi. “Va tutto bene, piccola” dissi. “Ora va tutto bene. Loro stanno bene”. Ma non appena la abbracciai il pianto e i singhiozzi si fecero più intensi. Le domandai cosa volesse.
“Voglio il divorzio” singhiozzò.
“Che cosa?”.
“Voglio il divorzio. Non posso più vivere così. Non ce la faccio. Ogni volta che hanno la fronte fredda, ogni volta che sono in ritardo da scuola, ogni volta che succede qualcosa di brutto, penso che sia una punizione. Non ce la faccio più”.
“Punizione per cosa?”.
“Mentre eri via, ho incasinato tutto”.
“In che senso?”.
“Con qualcuno”.
“Chi?”.
“Noel Mackham. Non lo conosci. Vive a Maple Dell”.
Rimasi a lungo in silenzio – cosa potevo dire? E improvvisamente lei iniziò ad urlarmi addosso in preda all’ira.
“Oh, sapevo che avresti reagito così, sapevo che avresti reagito così, sapevo che mi avresti dato la colpa di tutto!” urlò. “Ma non è stata colpa mia, non è stata proprio colpa mia. Sapevo che avresti incolpato me, sapevo che avresti incolpato me, sapevo che avresti reagito così, sapevo… “.
Non sentii molto di quello che disse perché stavo già preparando la valigia. Poi salutai i bambini, li baciai, presi un treno diretto in città e salpai sulla Augustus il mattino seguente ».
Ecco cosa capitò a Marcie. Il giorno dopo la riunione del Consiglio Comunale, il giornale della sera pubblicò la lettera del signor Selfredge e lei la lesse. Telefonò a Mackham. Lui disse che sarebbe andato a chiedere all’editore di pubblicare la risposta che aveva scritto e che sarebbe passato a casa di lei per mostrarle la copia carbone. Lei aveva programmato di fare cena con i bambini, ma poco prima che si sedette a tavola, il campanello suonò e Mark Barrett si presentò alla porta. « Ciao, cara » disse. « Mi offri da bere?». Lei gli offrì del Martini, lui si tolse cappello e cappotto e andò al sodo. « So che quello stupido è venuto qui a bere qualcosa la scorsa notte ».
« Chi te lo ha detto, Mark? Chi mai te lo ha detto?».
« Helen Selfredge. Non è un segreto. Lei non vuole riparlare della biblioteca ».
« È come essere spiata. Non mi piace per nulla ».
« Non pensarci, dolcezza ». Lui le porse il bicchiere e lei gli verso un secondo giro. « Sono qui in veste di vicino di casa – e amico di Charlie – e a che servono amici e vicini se non per consigliarti? Mackham è uno stupido. Mackham è un lupo. Ora che Charlie è via, mi sento come un fratello maggiore – voglio tenerti d’occhio. Voglio che mi prometti che non inviterai più quello stupido a casa tua ».
« Non posso, Mark. Viene stasera ».
« No, non viene, dolcezza. Lo chiamerai e gli dirai di non venire ».
« Lui è umano, Mark ».
« Bene, ascoltami, dolcezza. Ora mi ascolti. Ti voglio dire una cosa. Certo che è umano, ma lo sono anche il netturbino e la donna delle pulizie. Ti voglio dire una cosa molto interessante. Quando andavo a scuola, c’era uno stupido proprio come Mackham. Non piaceva a nessuno. Nessuno gli rivolgeva la parola. Be’, io ero un ragazzo vivace, Marcie, avevo molti amici e comincia a pensare a quello stupido. Cominciai a chiedermi se fosse una mia responsabilità essergli amico e farlo sentire parte del gruppo. Be’, parlai con lui e non sarei stato sorpreso di essere il primo a farlo. Passeggiai con lui. Lo invitai in camera mia. Feci di tutto per farlo sentire accettato.
È stato un terribile sbaglio. Per prima cosa, lui iniziò ad andare in giro dicendo che io e lui facevamo questo e che io e lui facevamo quello. Poi andò nell’ufficio di Dean e si fece spostare nella mia camera senza parlarne con me. Poi sua madre cominciò a spedirmi questi biscotti disgustosi e sua sorella – sulla quale non ho mai nemmeno posato lo sguardo – iniziò a scrivermi lettere d’amore e lui diventò una tale sanguisuga che fui costretto a dirgli di lasciarmi in pace. Gli parlai francamente; gli dissi che l’unico motivo per cui gli avevo rivolto la parola era perché mi faceva pena. Ma nulla cambiò. Quando ti metti uno stupido tra i piedi, quello che gli dici non ha alcuna importanza. Continuò a starmi intorno, ad aspettarmi dopo le lezioni. Dopo gli allenamenti di calcio si faceva sempre trovare negli spogliatoi. Diventò talmente pesante che fummo costretti ad usare le maniere forti. Lo invitammo in camera di Pete Frenton per una cioccolata, lo conciammo male, buttammo i suoi vestiti dalla finestra, gli colorammo il didietro con della tintura di iodio e gli mettemmo la testa in un secchio d’acqua fino a farlo quasi soffocare ».
Mark si accese una sigaretta e finì il suo Martini. « Ma quello che voglio dire è che se frequenti uno stupido, sarai costretta a pentirtene. I tuoi sentimenti sono buoni e generosi all’inizio, ma farai più male che bene a lungo andare. Voglio che chiami Mackham e gli dici di non venire. Digli che sei malata. Non lo voglio in casa tua ».
« Non viene a farmi visita, Mark. Viene a raccontarmi della lettera che ha scritto al giornale ».
« Ti ordino di chiamarlo ».
« No, Mark ».
« Tu ora prendi quel telefono ».
« Per favore, Mark. Non alzare la voce con me ».
« Prendi quel telefono ».
« Per favore, esci da casa mia, Mark ».
« Sei una maledetta pazza debole ed intrattabile! » gridò lui. « Questo è il tuo problema ». E se ne andò.
Marcie consumò la cena da sola e non aveva ancora finito quando Mackham arrivò. Fuori pioveva. Lui indossava un cappotto pesante e un cappello logoro – che usava, pensò lei, solo in caso di tempesta. Sembrava un uomo anziano con quel cappello. Sembrava provato e stanco e srotolò dal collo una lunga sciarpa di lana gialla. Aveva parlato con l’editore. L’editore non pubblicherà la sua risposta. Marcie gli chiese se volesse qualcosa da bere e quando lui non rispose, lei glielo chiese una seconda volta. « Oh no, grazie » rispose pesantemente e la guardò negli occhi con un sorriso di così opprimente stanchezza che lei pensò fosse malato. Poi le si avvicinò come per toccarla, ma lei andò nella biblioteca e si sedette sul divano. A metà del tragitto, lui si rese conto di non essersi tolto le galosce.
« Mi dispiace » disse. « Credo di aver lasciato una scia di fango… ».
« Non importa ».
« Non importerebbe se questa fosse casa mia ».
« Non importa nemmeno qui ».
Si sedette su una sedia vicino alla porta e cominciò a sfilarsi le galosce e furono proprio quelle galosce le responsabili di tutto. Guardarlo con le ginocchia incrociate sfilarsi le galosce prima da un piede e poi dall’altro, riempì Marcie di pietà per quella goffa visione di umanità e per quel toccante gesto così nobile nonostante la situazione difficile, a tal punto che lui deve aver letto tutta l’impotenza di lei in quel volto pallido e quegli occhi dilatati.
Il mare e i ponti sono immersi nel buio. Charlie riesce a sentire le voci dal bar alla fine del corridoio. Ha raccontato la sua storia, ma non smette di scrivere. Si stanno avvicinando ad acque più calde e alla nebbia, e la sirena da nebbia inizia a suonare ad intervalli di un minuto. Lui li monitora sul suo orologio. E improvvisamente si chiede cosa sta facendo a bordo della Augustus con una valigia piena di burro di arachidi. « Formiche, veleno, burro di arachidi, sirena da nebbia, » scrive “amore, pressione sanguigna, viaggi di lavoro, imperscrutabilità. So che tornerò ». La sirena da nebbia suona di nuovo e in quella nota prolungata Charlie ha una visione della sua famiglia corrergli incontro – pietra che si sbriciola, rose selvagge, lucertole e i loro amatissimi volti. « Prenderò un aereo a Genova » scrive. « Vedrò i miei bambini crescere e mi occuperò delle loro vite e mi riconcilierò con Marcie – dolce Marcie, cara Marcie, Marcie amore mio. Il mio corpo ricurvo sarà per lei un rifugio da tutti i mali del buio ».
Posted on March 23, 2009 - by Carlotta Cerri
Una Noche de Verano • Antonio Machado
Una notte d’estate
di Antonio Machado
Traduzione di Carlotta Cerri
Leggi la poesia in lingua originale Una noche de verano.
Era una notte d’estate.
–il balcone era aperto
come la porta di casa mia–
e la morte in casa mia entrò.
Si avvicinò al suo letto
–passando non mi guardò–
ma con dita delicate
qualcosa di fragile frantumò.
Silenziosa, senza guardarmi,
la morte di nuovo passò
davani a me. Che hai fatto?
La morte non replicò.
La mia bambina restò quieta,
il mio cuore dolente.
Ahi, quel che la morte ha spezzato
era un filo tra noi due!
Posted on March 16, 2009 - by Carlotta Cerri
Popular Mechanics • Raymond Carver
Meccanica Familiare
di Raymond Carver
Traduzione di Carlotta Cerri
“Meccanica per tutti” è il titolo della versione pubblicata in Italia. “Meccanica familiare” è la mia personale versione. Leggi la short-story in lingua originale: Popular Mechanics.
Quel giorno la pioggia non tardò ad arrivare e la neve cominciò a sciogliersi in acqua sporca. Le gocce rigavano i vetri della bassa finestra sul cortile posteriore. Le ruote delle macchine giravano a vuoto sulla strada là fuori, dove ormai stava calando la notte. Ma anche dentro stava calando la notte.
Lui era nella stanza da letto che schiacciava dei vestiti in una valigia quando lei comparve sulla porta.
«Sono contenta che te ne vai! Sono contenta che te ne vai!» disse. «Mi stai ascoltando?»
Lui continuò a mettere la sua roba in valigia.
«Brutto figlio di puttana! Sono proprio contenta che te ne vai!» Scoppiò a piangere. «Non riesci nemmeno a guardarmi in faccia, vero?»
Lei notò la foto del bambino sul letto e la prese. Lui la guardò, lei si asciugò gli occhi e lo fissò per un attimo prima di girarsi e tornare in soggiorno.
«Rimettila dov’era» disse lui.
«Prenditi le tue cose e sparisci» replicò lei.
Lui non rispose. Chiuse la valigia, si infilò il cappotto, guardò la camera da letto prima di spegnere la luce. Poi andò in soggiorno.
Lei rimase in piedi sulla porta del cucinino, con il bambino in braccio.
«Voglio il bambino» disse lui.
«Sei pazzo?»
«No, ma voglio il bambino. Manderò qualcuno a prendere le sue cose».
«Tu non tocchi questo bambino» urlò lei.
Il bambino cominciò a piangere e la mamma gli scostò la copertina dalla testa.
«Su, su» disse guardando il bambino.
Lui si avvicinò.
«Per l’amor di Dio!» disse lei e indietreggiò nella cucina.
«Voglio il bambino».
«Vattene!»
Lei si girò e cercò di proteggere il bambino nell’angolo dietro i fornelli.
Ma lui si avvicinò. Allungò le braccia oltre i fornelli e afferrò il bambino.
«Lascialo andare» disse lui.
«Vattene! Vattene!» lei piangeva.
Il bambino strillava, tutto rosso in volto. Nella lotta fecero cadere un vaso di fiori appeso dietro ai fornelli.
Lui la spinse contro la parete cercando di farle allentare la presa. Continuava a stringere il bambino e spingeva con tutto il suo peso.
«Lascialo» disse lui.
«Non lo lascerò» disse lei. «Gli stai facendo male» aggiunse.
«Non sto facendo male al bambino» disse lui.
Dalle finestre della cucina non entrava luce. Nella penombra, lui cercava di allentare con una mano le dita di lei chiuse a pugno e con l’altra teneva il bambino per un braccio, vicino alla spalla.
Lei sentiva le sue dita cedere e aprirsi. Sentiva il bambino scivolarle via.
«No!» urlò quando le sue mani persero la presa.
Se lo sarebbe tenuto lei, il bambino. Lo afferrò per l’altro braccio. Prese il bambino per il polso e si buttò indietro.
Ma lui non lo avrebbe lasciato. Sentì il bambino scivolargli via dalle mani e diede uno strattone con forza.
In questo modo, la questione fu risolta.
Posted on January 27, 2009 - by Carlotta Cerri
Every minute mom should come blasting through the door • David Ordan
È così che vuoi ricordare tua madre?
di David Ordan
Traduzione di Carlotta Cerri
Leggi la short-story in lingua originale: Every minute mom should come blasting through the door.
Mamma morì mentre mi stava preparando un panino. Se avessi saputo che l’avrebbe uccisa, non gliel’avrei mai chiesto. Prepararmi un panino non l’aveva mai uccisa prima, allora perché quella volta sì? Anche mio padre non ha saputo spiegarselo. Ma noi non ne parliamo molto. Non ne parliamo affatto. A volte ci proviamo. A volte siamo solo noi due a cena e le cose vanno quasi bene.
Ma solo a volte.
La maggior parte delle volte non è così. La maggior parte delle volte faccio cose come dimenticarmi di non apparecchiare la tavola anche per lei. E allora non sappiamo cosa fare. Allora nemmeno ci proviamo a parlare. Tre piatti. Tre bicchieri. La cucina splende. Una cucina lucida e splendente, diceva sempre Mamma. Ed eccoci qui – mio padre, il posto di Mamma ed io. A questo punto, lei dovrebbe entrare dalla porta, piena di sacchetti e sacchettini, con il mio ampio cappotto invernale che le squadra spalle e fianchi, la sua faccia sorridente e rugosa come una pianta.
Avrei dovuto saperlo.
Avrei dovuto sapere che sarebbe andata così.
Dai, Mamma, che dici? Prepararmi un panino ti ucciderà? Ti ucciderà veramente? Ti ricordi come giocavi con me? Ti ricordi? Allora mi infilai dietro la sua sedia, le sciolsi i bigodi e passai le mie dita tra i suoi capelli finché lei disse: “Va bene, dai! Come lo vuoi?” A quel punto si alzò, si girò verso mio padre e aprì il suo accappatoio per fargli dare una sbirciata e vedere se il vecchio interesse fosse ancora vivo. Ma non penso che lo fosse. “Cosa?” Disse lui. “Credi che non l’abbia mai vista prima? Vai a preparare il panino.” E si lasciò sprofondare nella poltrona.
E finì così. Quella fu l’ultima cosa che le disse. Mamma accese la TV, andò in cucina e subito dopo la sentimmo chiedere aiuto.
Ovviamente mio padre non sapeva cosa stesse succedendo più di quanto lo sapessi io, così si alzò dalla sua poltrona, si trascinò faticosamente attraverso la stanza – assicurandosi di strisciare i piedi sulla moquette per tutto il tragitto così da farla arrabbiare per bene questa volta – e finì così. Mamma era morta sul pavimento della cucina, con il suo accappatoio aperto in vita.
E io pensai, Bene, Mamma è morta, che cosa facciamo adesso? Nessuno pensa a questo. Nessuno pensa a cosa succede dopo che trovi tua madre morta in quel modo, sul pavimento della cucina. Ma vi assicuro che quello è il momento in cui inizia il vero divertimento. Quello è il momento in cui provi la respirazione bocca a bocca su si lei – su tua madre, Dio mio – sapendo che se si riprende ti sputerà in faccia, perché è quello che succede, ma comunque pregando che succeda, perché se non si riprende, è finita così. Quello è il momento in cui devi chiamare l’ambulanza e aspettare che la coprano con un lenzuolo e la portino via da te. Quello è il momento in cui devi sederti lì e guardarli metterle le mani addosso, sapendo che loro non crederanno che hai tentato di salvarla. Quello è il momento in cui i vicini vedono i lampeggianti rossi nel tuo vialetto e pensano a quale figlio disgraziato sei, che non hai saputo salvare tua madre. Quello è il momento in cui hai l’intera vita davanti e tutto quello che farai sarà trovare una scusa dietro l’altra per non essere riuscito a salvarla. Che si fa? Noi non lo sapevamo, così mio padre la mise sul divano e aspettammo. Aspettavamo e guardavamo la TV.
Era accesa.
Ma come ho detto, non ne parliamo molto. Come potremmo? Mamma era quella che parlava. Diceva sempre, “Ragazzi, cosa fareste senza di me?” Ed eccoci qui, senza di lei. Mio padre ed io non sapremmo come parlarci nemmeno se ci pagassero, così neanche ci proviamo. O non molto, comunque. Cosa potrei dirgli? Com’è la tua vita amorosa? Com’è dormire da solo? Lui non vuole questo. Non lo vuole affatto. Lui vuole che io vada via di casa. Ma no, non vuole veramente nemmeno questo, sapete. Cosa farebbe senza di me? Sei camere possono essere troppe se non si sta attenti. Glielo dico, a volte, quando siamo a cena. Gli dico quanto ha bisogno di me. Quanto ci tiene. Ma lui se ne frega. Lui tiene alla cucina, all’accappatoio, alle cose che ho fatto per cercare di salvare sua moglie. Le mie mani. Il suo corpo. Le mie labbra. La sua bocca.
Mi chiede “Dimmi, è veramente così che vuoi ricordare tua madre?”.


